La Nuova Traduzione Vivente è una traduzione della Bibbia moderna e affidabile, che abbina la più aggiornata ricerca biblica a uno stile di scrittura dinamico e chiaro. Questa versione della Bibbia trasmette la Parola di Dio in modo espressivo, chiaro e preciso, comunica con accuratezza il significato e il contenuto dei testi biblici originali con un linguaggio attuale e di facile comprensione.

Oltre 90 eminenti studiosi hanno lavorato per tradurre gli antichi testi ebraici, aramaici e greci in inglese, italiano, spagnolo (Nueva Traducción Viviente), portoghese (Nova Versão Transformadora) e tedesco (Neues Leben Bible).

Come si è sviluppata la Nuova Traduzione Vivente?

Scopri gli obiettivi, la filosofia traduttologica, la metodologia e il processo di sviluppo di questa traduzione.

La filosofia traduttologica

Nell’accingerci a pubblicare questa traduzione, riconosciamo che ogni traduzione delle Sacre Scritture è soggetta a limiti e imperfezioni. Chiunque cerchi di comunicare la ricchezza della Parola di Dio in una lingua che non siano le lingue originali in cui essa è stata scritta si renderà conto che è impossibile realizzare una traduzione perfetta. Consci di tali limiti, abbiamo cercato la guida e la sapienza di Dio nel corso dell’intero progetto. Ora preghiamo che Egli accetti i nostri sforzi e si serva di questa traduzione a beneficio della chiesa e di ogni persona.

La nostra preghiera è che la Nuova Traduzione Vivente abbatta alcune delle barriere storico-culturali e linguistiche che hanno inibito la lettura e la comprensione della Parola di Dio. La nostra speranza è che i lettori che non hanno familiarità con la Bibbia trovino il lessico della NTVI chiaro e facile da comprendere, e che i lettori che già conoscono le Scritture beneficino di una prospettiva nuova. Preghiamo che i lettori ricevano visione e saggezza per la vita ma, più di ogni altra cosa, preghiamo che incontrino il Dio della Bibbia.

I traduttori della Nuova Traduzione Vivente hanno avuto come obiettivo ultimo quello di restituire il messaggio dei testi originali della Scrittura in un linguaggio chiaro e attuale. Essi hanno preso in considerazione sia le esigenze di una traduzione a equivalenza formale sia quelle di una traduzione a equivalenza dinamica, bilanciando le due metodologie. Da un lato, hanno tradotto nel modo più semplice e letterale possibile là dove un approccio letterale portava a un testo chiaro e accurato, passando alla traduzione dinamica quando questo metodo risultava in un testo più comprensibile al lettore medio.

Dall’altro, i traduttori hanno reso il messaggio in modo più dinamico là dove una resa letterale era difficile da comprendere, risultava fuorviante o comportava il ricorso a una terminologia desueta o distante dal linguaggio dell’uomo contemporaneo. Hanno quindi reso più chiari termini complessi e metafore per facilitare la comprensione del lettore. I traduttori si sono concentrati sul significato delle parole e delle locuzioni nel contesto originario per poi restituire il messaggio in un linguaggio chiaro e naturale. Il loro obiettivo era quello di fornire un testo fedele ai manoscritti originali e nel contempo scorrevole e di facile comprensione. Il risultato è una traduzione accurata dal punto di vista esegetico ed efficace da quello idiomatico.

Le traduzioni moderne della Bibbia tendono a essere regolate da due metodologie traduttologiche generali. La prima prevede un approccio alla traduzione detto “equivalenza formale”, “letterale” o “parola per parola”. Secondo questa teoria, il traduttore deve cercare di rendere ciascuna parola della lingua originale in italiano e preservare il più possibile la sintassi originale e la struttura della frase. La seconda teoria prevede un approccio alla traduzione detto “equivalenza dinamica”, “equivalenza funzionale” o “pensiero per pensiero”. L’obiettivo di questa teoria traduttologica è di produrre in una lingua moderna l’equivalente naturale più vicino al messaggio espresso dal testo in lingua originale, sia in termini di significato sia di stile.

Entrambe queste teorie traduttologiche hanno i loro punti forza. Una traduzione a equivalenza formale preserva alcuni aspetti del testo originale, fra cui idiomi antichi, coerenza lessicale e sintassi della lingua originale, preziosi per gli studiosi e per uno studio specialistico. Consente inoltre al lettore di rintracciare elementi formali del testo in lingua originale nella traduzione.

Una traduzione a equivalenze dinamiche, invece, si concentra sulla restituzione del messaggio del testo in lingua originale. Si assicura che il significato del testo sia subito evidente al lettore contemporaneo. Così facendo, il messaggio giunge a destinazione con immediatezza e facilità di comprensione, senza affaticare il lettore. Facilita infine uno studio serio del messaggio del testo e facilita sia la lettura meditativa sia quella pubblica.

Un’applicazione pura dell’una o dell’altra filosofia porrebbe le rispettive traduzioni ai due estremi dello spettro traduttologico. In realtà, tutte le traduzioni contengono una mescolanza delle due filosofie. Una traduzione a equivalenza formale pura risulterebbe incomprensibile e una traduzione a equivalenza dinamica pura correrebbe il rischio di allontanarsi dall’originale. Per questa ragione, le traduzioni modellate secondo il principio di equivalenza dinamica tendono a essere piuttosto letterali quando il testo originale è relativamente chiaro, mentre le traduzioni governate dal principio di equivalenza formale sono a volte piuttosto dinamiche là dove il testo originale risulta oscuro.

Al fine di produrre una traduzione accurata della Bibbia, all’équipe che si sarebbe occupata della traduzione erano richieste capacità atte a far propri i modelli di pensiero degli autori antichi e di restituire quindi le loro idee, le sfumature e gli effetti da loro voluti in un linguaggio moderno, chiaro e attuale. Per dare inizio al processo, c’era bisogno di studiosi biblici qualificati. Al fine di preservare il testo da visioni teologiche particolari e parziali, era poi necessario che gli studiosi rappresentassero un gruppo eterogeneo di studiosi e ricercatori evangelici, in possesso dei migliori strumenti esegetici. Si sarebbero poi affiancati, agli studiosi delle lingue antiche, esperti di stile linguistico con l’incarico di modellare il testo in un linguaggio chiaro e contemporaneo.

Partendo da questi presupposti, il Comitato di Traduzione della Bibbia ha reclutato équipe di studiosi rappresentativi di un ampio spettro di denominazioni, prospettive teologiche e contesti all’interno della comunità evangelica mondiale (studiosi elencati nella sezione “I traduttori” di questo sito). Ciascun libro della Bibbia è stato assegnato a tre diversi studiosi comprovati esperti di quel testo particolare. Ciascuno di loro ha prodotto una revisione completa di un testo matrice e lo ha sottoposto al rispettivo supervisore di traduzione. Il supervisore quindi ha passato in rassegna le indicazioni, ha trovato una sintesi e ha infine proposto una prima bozza di revisione del testo matrice. Tale bozza è servita come base per ulteriori fasi di revisione esegetica e stilistica da parte del comitato. Quindi il Comitato di Traduzione della Bibbia ha congiuntamente revisionato e approvato ogni versetto della traduzione finale.

Nel corso del processo di traduzione e revisione è stata data ai supervisori e alle rispettive équipe di studiosi la possibilità di rivedere le modifiche apportate dalla squadra di esperti di stile, sincerandosi così che non fossero introdotti errori esegetici a uno stadio avanzato del processo e garantendo l’approvazione del risultato finale da parte dell’intero Comitato di Traduzione. Grazie alla scelta di un’équipe di studiosi ed esperti di stile qualificati e alla definizione di un processo che ne ha consentito un’interazione continua, la Nuova Traduzione Vivente è stata rifinita in modo tale da preservare gli elementi formali essenziali dei testi biblici originali e creare nel contempo un testo comprensibile e chiaro.

La Nuova Traduzione Vivente è stata pubblicata per la prima volta nel 1996, in inglese. Poco tempo dopo la sua pubblicazione iniziale, il Comitato di Traduzione della Bibbia ha dato inizio a un processo ulteriore di revisione congiunta e rifinitura del testo. L’obiettivo del protrarsi del processo di revisione era quello di accrescere il grado di precisione del testo senza sacrificarne la chiarezza. La seconda edizione è stata completata nel 2004, con l’introduzione di ulteriori aggiornamenti caratterizzati da modifiche minime nel 2007, 2013 e 2015. Nel 2016 è iniziata la traduzione in italiano.

I traduttori dell’Antico Testamento hanno scelto come testo di partenza il Testo Masoretico della Bibbia ebraica edito nella Biblia Hebraica Stuttgartensia (1977), con il suo esteso apparato di note testuali; si tratta di un aggiornamento della Biblia Hebraica di Rudolf Kittel (Stoccarda, 1937). I traduttori hanno, inoltre, messo a confronto il testo di riferimento principale con i Rotoli del mar Morto, la Septuaginta (Versione dei Settanta) e altri manoscritti greci, il Pentateuco samaritano, la Peshitta siriaca, la Vulgata latina e tutte le altre versioni o i manoscritti che gettano luce sul significato di brani difficili.

I traduttori del Nuovo Testamento si sono serviti delle due edizioni standard del Nuovo Testamento greco: il Greek New Testament, edito da United Bible Societies (UBS, IV versiona riveduta, 1993), e il Novum Testamentum Graece, edito da Nestle e Aland (NA, XXVII edizione, 1993; per l’italiano: NA, XXVIII edizione, 2012). Queste due edizioni, che hanno lo stesso testo ma differiscono per punteggiatura e note testuali, rappresentano, in linea generale, il risultato più significativo della critica testuale moderna.

I traduttori si sono sforzati di fornire un testo facilmente comprensibile al lettore medio. In questo senso, si è cercato di ricorrere soltanto a lessico e strutture linguistiche di uso comune oggi. Abbiamo evitato il ricorso a un linguaggio che rischi di diventare in breve tempo desueto al fine di emancipare il più possibile la Nuova Traduzione Vivente da vincoli geografici e temporali.

La nostra attenzione verso la leggibilità del testo va oltre gli aspetti lessicali e sintattici. Abbiamo anche voluto abbattere quelle barriere storiche e culturali che possono costituire un impedimento alla comprensione della Bibbia; in questo senso, si è cercato di tradurre termini carichi di connotati storici e culturali in modo da favorire una comprensione immediata.

- Abbiamo convertito gli antichi pesi e misure (p. es. “efa” [unità di volume solido] o “cubito” [unità di lunghezza]) nell’equivalente italiano, dal momento che le antiche unità di misura non sono generalmente significative per i lettori di oggi. Nelle note a piè di pagina, quindi, offriamo le misure greche, aramaiche o ebraiche letterali, unitamente agli equivalenti metrici.

- Anziché tradurre la valuta antica in modo letterale, abbiamo cercato espressioni comuni di riferimento atte a comunicare il messaggio originale. P. es., nel Nuovo Testamento abbiamo spesso tradotto “denaro” con “paga giornaliera” per facilitare la comprensione. Una nota corrispondente a piè di pagina legge poi: “lett. un denaro corrispondeva alla paga giornaliera di un operaio.”. In generale, nel testo offriamo una resa chiara in italiano, quindi indichiamo in nota la resa letterale di greco, aramaico ed ebraico.

- Dal momento che la maggior parte dei lettori contemporanei non conosce i nomi dei mesi ebraici e poiché il calendario lunare ebraico cambia di anno in anno se raffrontato con il calendario solare in uso oggi, abbiamo cercato dei modi chiari per comunicare il periodo dell’anno cui si riferiscono i mesi ebraici (come Abib). Dove è stata possibile definire una specifica data dell’antichità in base al calendario attuale, si è scelto di farlo. Una nota testuale poi fornisce la data ebraica letterale e indica la logica sottesa alla resa del testo. Per esempio, Esdra 6:15 individua la data in cui fu completato il tempio post-esilico a Gerusalemme: “il terzo giorno del mese di Adar”. Ciò avvenne nel corso del sesto anno del regno del re Dario (vale a dire, il 515 a.C.). Abbiamo tradotto la data con “12 marzo”, inserendo una nota in cui compare l’ebraico e con l’identificazione dell’anno 515 a.C.

- Dal momento che i riferimenti antichi alle fasi del giorno differiscono dai nostri, si è fatto ricorso a espressioni facilmente riconoscibili per il lettore di oggi. Di conseguenza, abbiamo fatto riferimento a momenti specifici della giornata servendoci di approssimazioni legate al nostro computo orario. Di tanto in tanto, dove il riferimento biblico è più generico, abbiamo usato traduzioni come “la mattina dopo, all’alba” o “quella sera, al tramonto”.

- Quando il significato di un nome proprio (o un gioco di parole legato a un nome proprio) è rilevante per comprendere il contenuto del testo, una nota a piè di pagina lo mette in luce. Per esempio, in Esodo 2:10 il testo legge: “La principessa lo chiamò Mosè, perché spiegò: ‘L’ho tratto dall’acqua’”. La nota corrispondente legge: “Mosè ricorda un termine ebraico che significa ‘trarre fuori da’”.

A volte, quando il significato vero e proprio di un nome è chiaro, quel significato viene messo fra parentesi all’interno del testo stesso. Per esempio, il testo di Genesi 16:11 legge: “Gli darai nome Ismaele (che significa ‘Dio sente’), perché il Signore ha sentito il tuo grido di dolore”. Siccome uditori e lettori originari avrebbero inteso subito il significato del nome “Ismaele”, abbiamo fornito ai lettori moderni le stesse informazioni percepite da loro così che possano esperire il testo in modo simile.

- Molte parole e locuzioni sono ricche di significato culturale palese per i lettori originari, ma che necessita di spiegazioni nella nostra cultura. Per esempio, la locuzione “battersi il petto” (Luca 23:48) nell’antichità significava che le persone erano molto turbate, spesso in lutto. Nella nostra traduzione si è scelto di rendere la locuzione in senso dinamico per ragioni di chiarezza: “E tutta la folla che era venuta per assistere alla crocifissione, quando vide quel che era accaduto, se ne tornava a casa sconvolta dal dolore ”. Abbiamo poi incluso una nota a piè di pagina con la resa letterale del greco, che legge: “lett. se ne tornava a casa battendosi il petto”. In altri casi simili, tuttavia, abbiamo talvolta optato per illuminare l’espressione letterale esistente per renderla immediatamente comprensibile. Per esempio, in questo contesto avremmo potuto ampliare la locuzione letterale greca come segue: “Se ne tornava a casa battendosi il petto dal dolore”. Se optato per questa soluzione, non avremmo incluso una nota testuale a piè di pagina, dal momento che la forma letterale greca appare già chiaramente in traduzione.

- Il linguaggio metaforico è talvolta difficile da capire per i lettori contemporanei, perciò a volte si è scelto di tradurre o spiegare il significato di una metafora. Per esempio, il poeta antico scrive: “Il tuo collo è come la torre di Davide” (Ca 4:4). Abbiamo trasformato la similitudine in “Il tuo collo è bello come la torre di Davide” per chiarire il significato sotteso. Un altro esempio si trova in Ecclesiaste 12:3, che può essere reso letteralmente: “Ricordati di lui... quando le macinatrici si fermano perché sono poche e le donne che guardano fuori dalla finestra vedono in modo sfocato”. Lo si è reso: “Ricordati di lui prima che i tuoi denti – i pochi servitori che ti restano – non siano più in grado di masticare; e prima che i tuoi occhi – come donne che guardano fuori dalla finestra – vedano in modo sfocato”. Abbiamo cercato di chiarire le metafore soltanto quando abbiamo ritenuto che il significato letterale del testo potesse confondere il lettore.

- Se il contenuto del testo originale ha carattere poetico, quel contenuto è stato trasposto in forma poetica italiana. Abbiamo cercato di dividere i versi in modi che chiarifichino e mettano in evidenza i rapporti fra le varie locuzioni del testo. La poesia ebraica fa spesso ricorso al parallelismo, forma letteraria in ordine alla quale una seconda locuzione (o, in alcuni casi, una terza o una quarta) fa in qualche modo eco a quella iniziale. Con il parallelismo ebraico, le locuzioni successive reiterano, ampliano e rifiniscono il concetto espresso nel verso o nella locuzione iniziale. Ove possibile, si è cercato di rappresentare questi parallelismi in una forma poetica naturale in italiano.

- La locuzione greca hoi Ioudaioi viene tradotta letteralmente “i Giudei” in molte traduzioni. Nel Vangelo di Giovanni, tuttavia, il termine non si riferisce sempre in senso generale alla gente giudea. In alcuni contesti si riferisce in senso particolare ai capi religiosi giudei. Abbiamo cercato di catturare le differenze di significato nei vari contesti inserendo termini come “la gente” (e in nota: lett. i Giudei) oppure “i capi religiosi”, dove appropriato.

- Un fronte di sfida è dato dalla necessità di tradurre con accuratezza il testo biblico antico redatto originariamente in un contesto in cui termini maschili venivano utilizzati con riferimento all’umanità in genere. Dovevamo rispettare la natura del contesto antico e nel contempo cercare di rendere la traduzione chiara per lettori moderni che hanno la tendenza a leggere un linguaggio maschile con riferimento soltanto agli uomini. Spesso il testo originale, attraverso l’uso di nomi e pronomi maschili, intende chiaramente riferire il messaggio sia a uomini sia a donne. Un esempio tipico in questo senso si trova nelle lettere del Nuovo Testamento, dove i credenti sono chiamati “fratelli” (adelphoi). È chiaro dal contenuto di queste lettere che i destinatari erano tutti i credenti, sia uomini sia donne. Pertanto abbiamo normalmente tradotto il termine greco con “fratelli e sorelle” al fine di dare conto con maggiore accuratezza del dato storico.

Abbiamo inoltre voluto essere sensibili in relazione a quei brani in cui il testo si riferisce in senso generale agli esseri umani o alla condizione umana. In alcuni casi abbiamo usato dei pronomi plurali (loro) al posto del maschile singolare (lui). P. es., una resa tradizionale di Proverbi 22:6 legge: “Insegna al ragazzo la condotta che deve tenere; anche quando sarà vecchio non se ne allontanerà”. Abbiamo reso il versetto come segue: “Indicate ai vostri figli la strada giusta da seguire; anche quando saranno adulti non l’abbandoneranno”. Talvolta abbiamo sostituito i pronomi alla terza persona con pronomi alla seconda persona. P. es., una resa tradizionale di Proverbi 22:27 legge: “Chi scava un fosso ci cadrà dentro e chi rotola una pietra verrà schiacciato da essa”. Abbiamo reso il versetto come segue: “Se tendi una trappola ad altri, ci cadrai dentro tu stesso. Se cerchi di schiacciare altri con un macigno, esso schiaccerà te”.

È opportuno precisare, tuttavia, che tutti i nomi e i pronomi maschili usati per rappresentare Dio (p. es., “Padre”) sono stati mantenuti senza eccezioni. Tutte le decisioni di questo tipo sono state dettate dalla preoccupazione di riflettere con accuratezza il significato che i testi originali della Scrittura intendevano esprimere.

Ponendoci come obiettivo la chiarezza, abbiamo tradotto alcuni termini della lingua originale in modo sempre coerente, specialmente all’interno di brani sinottici e nel caso di espressioni retoriche ripetute nonché all’interno di alcune categorie lessicali, come i nomi divini e la terminologia tecnica non teologica (per es., forense, culturale, zoologica e botanica). Per quanto riguarda i termini teologici, abbiamo aperto il campo a una varietà semantica di termini o locuzioni italiane per tradurre una singola parola ebraica o greca. Abbiamo evitato alcuni termini teologici che non sono di facile comprensione per molti lettori oggi. Per esempio, abbiamo evitato il ricorso a parole come “giustificazione” e “santificazione”, che sono prestiti da traduzioni latine. Al posto di queste parole, abbiamo usato espressioni come “resi giusti davanti a Dio” e “resi santi”.

Molti individui nella Bibbia, specialmente nell’Antico Testamento, hanno più di un nome (p. es., Uzzia/Azaria). Per chiarezza, abbiamo cercato di ricorrere a un’ortografia univoca per ciascun individuo, mettendo in nota lo spelling letterale ogni qualvolta la nostra resa divergeva da esso. Questa scelta si dimostra particolarmente utile quando si tratta di identificare i re di Israele e Giuda. Il re Ioas/Ieoas di Israele è chiamato sistematicamente Ieoas; re Ioas/Ieoas di Giuda, Ioas. Una scelta simile è stata fatta per distinguere fra Ioram/Ieoram di Israele e Ioram/Ieoram di Giuda. Tutte queste decisioni sono state prese con l’obiettivo di chiarire il testo per il lettore. Là dove gli scrittori biblici antichi avevano un chiaro obiettivo teologico nella loro scelta di una variante del nome (p. es., Es-baal/Isboset), i diversi nomi sono stati mantenuti e una nota esplicativa inserita a piè di pagina.

Per i nomi di Giacobbe e Israele, usati in modo intercambiabile con riferimento sia al patriarca sia alla nazione, abbiamo optato generalmente per “Israele” con riferimento alla nazione e “Giacobbe” con riferimento all’individuo. Quando la nostra resa del nome differisce dal testo ebraico sotteso, forniamo una nota a piè di pagina, che comprende la spiegazione: “I nomi ‘Giacobbe’ e ‘Israele’ sono spesso intercambiabili nell’Antico Testamento, con riferimento talvolta al patriarca talvolta alla nazione”.

Nell’antico Testamento, in tutti i casi in cui compaiono, ’el, ’elohim o ’eloah sono stati tradotti “Dio”, se non là dove il contesto richiede la traduzione “dèi”. Abbiamo sistematicamente reso il tetragramma (YHWH) con “il Signore”, servendoci del maiuscoletto. Ciò lo distingue dal nome ‘adonai, che traduciamo “Signore”. Quando ’adonai e YHWH compaiono insieme, abbiamo tradotto “il SIGNORE sovrano”. Ciò è utile, fra le altre cose, a distinguere ’adonai YHWH dai casi in cui YHWH compare insieme a ’elohim, dove la combinazione è resa “il SIGNORE Dio”. Quando YH (forma abbreviata di YHWH) e YHWH compaiono insieme, abbiamo tradotto “il SIGNORE DIO”. Quando YHWH compare insieme al termine tseba’oth, la combinazione è resa “il SIGNORE degli eserciti del cielo”, restituendo così il significato del nome. In alcuni casi, ci siamo serviti della traslitterazione, Yahweh, nel caso cioè in cui il carattere personale del nome è invocato in contrapposizione con un altro nome divino o con il nome di un altro dio (p. es., vd. Es 3:15; 6:2-3).

Nel Nuovo Testamento, il termine greco christos è stato tradotto con “Messia” qualora il contesto indichi un destinatario giudeo. Dove, invece, si può dedurre che il destinatario è pagano, christos è stato tradotto con “Cristo”. La parola greca kurios è sempre tradotta “Signore”, tranne quando nel Nuovo Testamento il testo cita esplicitamente l’Antico Testamento. In questi casi, il termine è tradotto con “il Signore” e si ricorre al maiuscoletto.

La Nuova Traduzione Vivente si serve di diversi generi di note testuali a piè di pagina, tutte indicate nel testo con una “n”.

- Nel caso in cui, per chiarezza, la NTVI rende una locuzione difficile o che potenzialmente può creare confusione in modo dinamico, generalmente si fornisce la resa letterale in nota. Ciò consente al lettore di vedere la fonte letterale della nostra resa dinamica nonché la collocazione della nostra traduzione rispetto ad altre traduzioni più letterali. Queste note sono introdotte dall’indicazione “lett.” (per “letteralemnte”, ndr), “ebr.” (per “ebraico”, ndr), “aram.” (per “aramaico”, ndr) o “gr.” (per “Greco”, ndr), identificando così la lingua della fonte corrispondente. P. es., in Atti 2:42 abbiamo tradotto il letterale “rompere il pane” (dal greco) con “la Cena del Signore” per chiarire che questo versetto si riferisce alla prassi cerimoniale della chiesa piuttosto che a un normale pasto. Abbiamo poi annesso una nota a piè di pagina a “la Cena del Signore” che legge: “lett. l’atto del rompere il pane”.

- Si è fatto ricorso a note testuali a piè di pagina anche per mostrare rese alternative, introdotte da “Oppure”. Queste normalmente compaiono nel caso di passi in cui un aspetto del significato è oggetto di discussione. Di tanto in tanto, si forniscono note su parole o locuzioni che rappresentano un allontanamento da una tradizione longeva. Tali note sono introdotte da “Reso tradizionalmente con”. P. es., la nota a piè di pagina alla traduzione “grave malattia della pelle” in Levitico 13:2 legge: “Tradotto tradizionalmente con lebbra. Il termine ebraico utilizzato in questo passo si riferisce a varie malattie della pelle.”.

- Nel caso in cui i nostri traduttori seguano una variante testuale che differisce significativamente dai testi greci o ebraici di cui disponiamo (testi elencati prima), documentiamo la differenza in nota. Documentiamo anche in nota quei casi in cui NLT esclude un passo che è incluso nel testo greco noto come Textus Receptus (noto ai lettori per via della sua traduzione inglese King Kames Version e italiana Diodati, ndt). In casi simili, forniamo una traduzione del testo escluso in nota, nonostante la lezione sia generalmente considerata un’aggiunta successiva al testo greco e non parte del Nuovo Testamento greco originario.

- Tutti i passi dell’Antico Testamento citati nel Nuovo Testamento sono identificati con una nota testuale a piè di pagina in corrispondenza del passo del Nuovo Testamento. La nota comprende una resa della versione greca, unitamente a un riferimento incrociato al passo o ai passi del Nuovo Testamento in cui ricorre la citazione (p. es., vd. note a Pr 3:12; Sl 8:2; 53:3).

- Alcune note testuali a piè di pagina forniscono informazioni culturali e testuali su luoghi, cose e persone della Bibbia probabilmente oscure ai lettori moderni. Queste note hanno l’obiettivo di aiutare il lettore nella comprensione del messaggio del testo. P. es., in Atti 12:1, “il re Erode” è chiamato in questa traduzione “re Erode Agrippa” ed è identificato in nota come “Erode Agrippa era nipote di Erode Antipa e suo nonno era Erode il Grande.”.

- Nel caso in cui il significato di un nome proprio (o un gioco di parole legato al nome proprio) sia rilevante in relazione al significato del testo, una nota testuale a piè di pagina o una nota fra parentesi nel testo lo illumina. P. es., la nota a piè di pagina relativa al nome “Eva” in Genesi 3:20 legge: “Il nome Eva evoca l’idea di colei che dà vita, perché è la madre di ogni vivente.”. Questo gioco di parole in ebraico illumina il significato del testo, che prosegue a dire che Eva “sarebbe stata la madre di tutti gli esseri umani”.

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